martedì 20 febbraio 2007

Tim

"Non ha suonato!! Diavolo, non ha suonato nemmeno oggi, sveglia del cavolo"

Disse Tim Elast buttandosi giù dal letto.

"Come al solito sono in ritardo", continuava a ripetersi nella testa mentre a stento cercava di lavarsi, vestirsi e fare colazione, quasi contemporaneamente.

Scese di corsa le scale, era in ritardo, ma non di molto. Prese la sua bici e si buttò nel traffico cittadino delle otto. La mattina di quel giorno era fatta di routine pur nella caoticità della vita metropolitana, gente incolonnata in macchina, gente di fretta sui marciapiedi, gente di fretta anche quella invisibile, che si svegliava ora nel letto e proprio come Tim si ributtava a capofitto nella città.
Arrivò in stazione appena in tempo, saltò giù dalla bici senza fermarla, lasciando che finisse la sua corsa contro un muro, corse a rotta di collo verso il treno, frugando nel frattempo nella tasca destra dei pantaloni per essere sicuro di aver preso i biglietti, non voleva correre il rischio di prendere il treno ma di esser cacciato fuori alla prima stazione con una bella multa.

Il treno partì puntuale, annullando il ritardo di Tim che, appena messo piede sul treno, si buttò nel primo angolo libero, lasciando che fosse solo il suo respiro affannato a presentarlo agli altri passeggeri.
Il viaggio si dimostrò confortevole, Tim dormì tutto il tempo e anche di più, svegliandosi dieci minuti dopo l'arrivo al capolinea.
"Ma non è possibile!! Ancora in ritardo!" Disse fra se ancora una volta, con la certezza, ora, che correre faceva ormai parte del suo destino.

Scese di fretta dal treno e si diresse alla coincidenza della navetta per l'aereoporto, lo aspettava un volo transoceanico.
"Uff, dovrò pranzare a bordo" pensò Tim, consegnando i biglietti al chek in, rimpiangendo tutti i fast food che aveva sorpassato correndo per l'aeroporto. Dopo i necessari controlli fu la volta dell'imbarco, allacciate-le-cinture e il tanto agognato pranzo a bordo, che divorò in un boccone.

"Va bene qualsiasi cosa quando si ha fame" constatò saggiamente Tim, accoccolandosi al suo posto di classe economica, "corro sempre ma non combino mai niente" La sua mente, a stomaco pieno, lavorava alacremente seppur disturbata dal torpore che incalzava e da altri sentimenti misti all'accidia.
"Il mio destino è correre. Destino, destino: abbandonarsi o lottare?"
"Meglio mangiare, anche se una volta mangiato dopo qualche ora si ha di nuovo fame, e poi sonno e poi di nuovo fame e poi sonno: routine."
"Routine e destino, routine e destino, abbiamo bisogno di entrambi eppure oggettivamente non esistono.
La prima sono azioni ripetute, se tu non le ripeti non sono routine, almeno, non per un determinato tempo, poi pure le nuove azioni, se ripetute, diventano routine, e il secondo è una favola, a volte un desiderio. Pensare che tutta o parte della nostra vita sià già decisa, già inserita di default nell'ordine delle cose, nelle cose che sono sempre le stesse, ma si ripetono sempre diverse, la routine, il destino...la routine...il dest....."
Si addormentò che mancava ancora molto all'arrivo, riposava scomodamente fra due passeggeri qualsiasi, compagni di viaggio provvisori, mentre l'aereo sfrecciava sull'oceano. Passarono 10 ore e l'aereo atterrò.

Aspettando di scendere, Tim, si molleggiava leggermente sulle gambe, per allontanare il torpore del sonno e per prepararsi alla nuova corsa. Corse fuori dall'aeroporto accaparrandosi il primo taxi in vista, vi salì e diede a memoria le disposizioni sull'indirizzo al conducente che partì a tutta birra verso la periferia della vicina città.

"Eccomi arrivato!" Disse in sottovoce Tim, guardando il taxi allontanarsi.
"Dunque, mancano dieci minuti, ma lei dov'è? Sempre che sia una Lei. Non so neanche il nome accidenti, però il luogo è questo e l'ora si avvicina, dovrebbe arrivare a minuti".

Mentre Tim pensava tutto questo un furgoncino accostò dall'altra parte della strada, quattro uomini armati, a volto coperto, scesero e si infilarono nella banca, iniziando una rapina, nel silenzio di quella mattina. Fecero sdraiare i pochi clienti all'interno, presero il direttore come ostaggio e cominciarono a infilare più soldi possibile nei sacchi di iuta, attenti a non dare troppo nell'occhio all'esterno.
Quando ebbero finito uscirono frettolosamente, troppo frettolosamente, perchè non si accorsero della volante che stava passando di pattuglia proprio in quella strada. I poliziotti fecero stridere le ruote della macchina, mettendola di traverso a bloccare la fuga del camioncino.

Tim, intanto, assisteva dal marciapiede opposto a tutta la scena "forse" pensava "è in quella banca, accidenti mi ricordavo l'indirizzo sabagliato, e ora che faccio? Ho sbagliato tutto! Sono arrivato in ritardo!".

Alle spalle di Tim si aprì la porta del condominio dirimpetto alla banca, uscì una ragazza, ignara di tutto, della presenza di Tim e della rapina, fece appena in tempo ad accorgersi della volante di traverso sulla strada quando iniziò una furiosa sparatoria fra i banditi e la polizia.
Si sentirono numerosi spari e urla forsennate, i proiettili cominciarono a fischiare nell'aria, rimbalzavano sulle pareti o frantumavano i vetri delle abitazioni. Uno di questi proiettili, deviato dalla lamiera di un'auto, fuggì sulla traiettoria di quella ragazza, terrorizzata da quel baccano.
Il proiettile bruciò velocemente la distanza della strada e avrebbe raggiunto la ragazza se non fosse che Tim, con il solo fatto di essere lì, puntuale, lo fermasse col suo petto.

Quasi non si accorse di essere stato colpito, il proiettile gli si conficcò nel petto leggermente spostato a destra, così che ebbe l'opportunità, cadendo, di girarsi di centottanta gradi e vederLa, impaurita sulla porta di casa. "è una ragazza, avevo ragione, ce l'ho fatta" disse a fil di voce, prima di morire.

Ancora una volta morì, ma questa volta con le labbra leggermente piegate, dal dolore, avrebbero detto i medici, ma, probabilemente, era solo l'ultimo sorriso che TIm Elast aveva dedicato al suo ennesimo destino.


Addio

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