martedì 20 febbraio 2007

Era giovedì

Era giovedì, di questo era sicuro. Ma da quanto fosse lì, forse lo sapevano solo quelli fuori dalla camera.
Non ricordava perchè fosse lì, i giorni erano tutti uguali, l'unica variante era rappresentata dal dolore. Spesso a provocarglielo erano più di un uomo, altre volte invece lasciavano che si facesse male da solo, sbattendo la testa contro le pareti d'acciaio, a seguito delle convulsioni date dai fumi del male.

"Fumi del male" era il nome che lui dava ai gas che entravano una volta a settimana attraverso il rubinetto da cui, normalmente, beveva e si lavava.
Dava un nome ad ogni cosa, ogni tortura, ma anche ogni momento e situazione aveva un nome, era una delle cose che faceva per non pensare, o forse per continuare a farlo, non possiamo saperlo.

"come stà?" disse la guardia.
"Come vuoi che stia?!!" rispose quella seduta al tavolo mettendosi a ridere.
"Non perdiamo tempo che oggi c'è il derby"
"Prima cominciamo, prima finiamo...povero bastardo"
"Cominci a compatirlo?"
"Mah no, forse all'inizio, quando non smetteva più di gridare, da quando è senza lingua però stò meglio, riesco anche a leggere" aprì la porta che li separava dal corridoio con le stanze.

"Dopotutto è così che va fatto e poi, non lo abbiamo deciso noi" entrò e si chiuse la porta alle spalle, prendendo le chiavi dalle mani dell'altra guardia attraverso il piccolo buco centrale.
"Beh buon lavoro, io comunque son qui a leggere se hai bisogno chiama" si sedette prendendo un libro dalla scrivania.
"A dopo".

Era giovedì, lo sapeva, ecco i rumori del giovedì. Le due guardie chiacchierano e si scambiano battute, sono amici il portinaio (questo il nome che gli aveva dato) e l'uomo del giovedì. Non aveva dato ancora nessun nome a quest'ultimo, pensò, doveva fare in fretta altrimenti gli avrebbero cambiato il turno e non lo avrebbe più rivisto.
Rumori di giovedì, anzi, quelli di tutti i giorni, la serratura che scatta, la porta che si spalanca e la luce bianchissima...oggi niente gas, è giovedì.

Bastonate, dritte vergate sulla schiena, poi calci e sputi, quindici minuti in tutto, il dolore che lo invadeva prima e dopo, un dolore conosciuto, amico, a volte infido e malevolo, altre compagno fedele. Ecco la tortura del giovedì, semplice ma d'effetto, si chiamava "bastone amico", gli aveva dato questo nome forse perchè era la meno dolorosa.
Finita la tortura si rannicchiò esattamente nella stessa posizione di sempre, in un angolo contro il muro, a terra con le gambe fra le braccia sanguinanti, scivolando appena sulla propria urina.
Non ricordava niente, non sapeva più niente ormai e quel poco che conosceva l'aveva intuito per caso.

"Se solo riuscissi a ricordare" pensò cercando di raccogliere con le labbra il sangue dalle braccia.
"Sono uomini o no? Perchè non mi uccidono invece di torturarmi?".
Ma queste domande se le faceva sempre meno spesso, aveva iniziato a porsele, probabilmente, il giorno delle torture che gli causarono l'amnesia. Di quel giorno ricordava solo le botte in testa con quella mazza da baseball, di cose precedenti, niente.

Il resto del tempo lo passava a pensare, ma non come quando si faceva le domande o dava i nomi alle cose, diciamo che sognava.

Sognava sensazioni che forse, non ricordava, non aveva mai provato. Tenerezza infinita e un morbido sentimento, visioni dolci e sensazioni tattili che davano effetti sonori. Confondeva i sensi, mischiava le sensazioni e viveva, si sentiva tanto più vivo quanto più perdeva il contatto con la realtà.
In questi momenti, coscienza, io e senso di se si confondevano e forse si fondevano in un unico, immenso suono, un sibilo acuto ma impossibile da registrare con orecchio umano, un sibilo nero gli dicevano i suoi sensi, che sappiamo, erano confusi e interamente rapiti da questi momenti estatici.

"Il destino è tutto questo" comincio a ripetersi fra se mentre la sua mente, lentamente, usciva da quel momento estatico e confuso.
Non posso uccidermi per istinto, posso solo farmi uccidere".

Mentre pensava tutto questo venne Venerdì.
Al venerdì c'era la passeggiata.
Soliti rumori, piccole variazioni del giorno precedente, voci diverse, qualche catenella che tintinna in ritmo ai passi del "signore blu". Il nome indicava il signore che veniva di venerdì e vestiva sempre una impeccabile giacca blu, doveva averne a centinaia oppure avere una lavanderia dove pulire via il sangue delle torture, pensò.

Come ogni venerdì venne trascinato fuori dalla stanza e poi per tutto il corridoio dal robusto signore blu fin dentro la stanza in fondo al corridoio.
Qui venne appeso e gli fu tagliata una gamba.

"No Dio santo no!!" Urlava nella testa il suo cervello saturo di dolore, esprimendosi all'esterno solo con mugolii , contrazioni e lacrime.
"Non è la normale procedura di venerì, Cristo no!".

Effettivamente questo venerdì l'uomo blu era più incazzato del solito e urlava anche qualche parola diversa dai soliti insulti.
"Brutto figlio di puttana!! Essere ignobile, verme schifoso!!! Questo è quello che ti meriti stronzo!" mentre diceva questo affondava sempre di più il coltello nell'altra gamba, ancora per poco sana.

Così per 20 minuti, dopo le gambe le unghie, le dita e poi le braccia fino al gomito, il corpo umano smembrato con una ferocia pari solo alla cura riposta nei gesti che dovevano limitare il dissanguamento e prolungare l'agonia.

L'uomo blu prese in fine la pistola, si mise faccia a faccia alla vittima e tenendo con una mano la testa e con l'altra la pistola premuta in mezzo agli occhi dilatati e morenti di quel corpo smembrato disse, fra le lacrime e con una certa difficoltà:

"Crepaaaaaa"

e sparò.


Dicono che quando si stà per morire ci passi davanti tutta la vita, ma non fu così per il nostro protagonista.
Mentre il proiettile gli trapassava il cranio e nebulizzava la materia cerebrale egli, che ci crediate o no, ne vide soltanto metà.

I primi passi e le sensazioni di un bambino, la sua adolescenza e l'amore, il lavoro e il suo principale, un uomo che veste di blu. E ancora luci, ombre, sensazioni visive e tattili fino all'estasi. Altri ricordi, altre feste, ragazze, una ragazza, bella, bionda, la figlia del suo principale. Lui la amava ma lei no, lui che insiste, gli equivoci, la droga, il litigio e quelle mani che si spingono oltre e uccidono, senza quasi volerlo.

E poi tutto il resto...che ormai non ricordava, non poteva farlo, perchè era appena morto e i suoi ricordi con lui.


Addio

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